“Dalla rigorosità della linea alla speranza del colore” di Giorgio Pilla

5 Febbraio 2011 0 di sergiogiromel
giorgio pilla

Dalla collettiva Arte Primavera San Vidal

Per meglio individuare la personalità di SERGIO GIROMEL vorrei iniziare questo viaggio, all’interno del suo mondo, dal nucleo centrale della sua produzione di Artista alla ricerca di sollievo dell’anima nelle labili tracce di una calligrafia, che scorre sulla tela priva di ansie esistenziali, tra la quale esonda un colore ora trepido, altrove marcato da sentimenti più profondi che sgorgano in libertà. Annunciando talvolta i tiepidi venti della primavera, oppure le gelide folate invernali sul Montello coperto di neve. Sempre il pittore rapporta il proprio sentire all’attimo fuggente in cui cogliere una parentesi naturalistica ricca di sfumature e messaggi sublimali che Egli sa avvertire e fare propri.

Sono questi i lavori che delineano con tranquillo andamento il suo approccio alla Natura, nel primo decennio del nuovo secolo, quasi che SERGIO auspicasse l’avvento di un mondo nuovo, privo di rigidezze formali e alimentato dal soffio del “colore”, capace con ciò di aprirci le porte di una novella Gerusalemme ove lo spirito potesse avere il soppravvento sulla materia con la logica conseguenza di vedere apparire l’Uomo nuovo avviato verso un orizzonte di pacificazione tra le genti.

Non sappiamo se tutto questo sia avvenuto oppure avverrà domani, sappiamo sicuramente che di questa “pazza idea” son rimaste debite tracce, sicure testimonianze che di tutto ciò ci parlano: sono i dipinti di questo “silenzioso”affabulatore artistico che, nel chiuso del suo studio nel cuore della nostra campagna veneta, sogna che tale utopia si faccia realtà.

Sono queste le opere in cui è dolce calarsi e ritrovare quell’afflato poetico che le contraddistingue da altri modi di vedere e sentire il Creato. E’ quel “modo” di spargere il colore con l’ausilio della paletta a far si che la tonalità si sfrangi sui bordi, quasi perdendosi tra gli intervalli di una forma ed un’altra, senza soluzione di continuità. Attrae quell’apparire, tra le puntualizzazioni dei gialli, dei verdini, delle terre e dei rossi cangianti, attrae, dicevamo, lo scoppio dei bianchi, dei delicati rosati che si pongono alla stregua di spazi del dipinto in cui fermarsi a riposare, momenti di fluidità cromatica che timbrano l’appartenenza di GIROMEL alla peculiare matrice veneta, a quel segno di personalità che, per secoli, ha individuato i nostri Artisti quali fautori della luce e del colore. Ma tutto ciò non sarebbe sufficiente a completare l’opera di trasposizione dalla realtà alla fantastica configurazione operata dal pittore. Ecco allora farsi strada quelle “innocenti” strutturazioni baciate dal realismo: i danzanti fusti degli alberi, le case dalle mute finestre, i massi, i rovi, la lontana linea dei monti, tutto funge da puntello equilibratore anche se, a lungo guardando, ci si accorge che anche queste forme sono pura illusione, null’altro che la rivincita sull’emotività dell’impressione fenomenica, purezze di raccordi in via di scioglimento, istanti di struggente opera di supporto discretamente accennati ma destinati a sparire nell’abbraccio purista di un umore intimistico.
Sarebbe, tuttavia, mancare di completezza di informazione non sottolineando la capacità del Nostro nel condurre, in seno al contesto, tale precisa testimonianza segnica, una elegia calligrafica destinata a coinvolgere tutto l’apparato pittorico fino ad una completa mimesi, risultanza finale di un processo mentale nato dalla visione che produce commozione.
Potremmo, a questo punto, perfino far nostro lo stupore di SERGIO nel suo avvicinarsi alla fonte della Natura, quell’insieme di colori fecondati da una luce ora metafisica, talvolta reale e in grado di vivificare il veduto enfatizzando l’impatto emozionale, donando al nostro essere un sensoriale sintomo di accosto a tale forza primigenia, altrimenti impossibile, che sfocia in un incantato senso della vita. E’ la fase epifanica della sua pittura, l’attimo in cui ogni cosa si trova al punto giusto nel momento giusto, l’eufonia totale capace di legare tra di loro i singoli contributi che l’Artista ha immesso nello spazio della tela, il raggiungimento, cioè, della perfezione, una forma di genuina ieraticità che trasforma tutte le cose in un sentimento dell’infinito.

Dobbiamo, a questo punto, fare un salto a ritroso nel tempo per ritrovare le radici di questa sua gioia di vivere la pittura, di questa sua capacità di indagare il mondo che lo circonda. Nascono qui, nei primi anni ottanta del secolo scorso, le iniziali spinte ad entrare nel mondo fantastico dell’Arte visionaria, una pulsione che nasce, con molta probabilità, dall’ansia esistenziale di “fuggire” da un mondo di perfezionismo tecnico [ non dimentichiamo che GIROMEL è stato un apprezzato Tecnico progettista di macchine industriali facente parte di uno dei maggiori gruppi tecnologici internazionali ] per provare a se stesso di essere in grado di saper disegnare un “tondo giottesco” e non solo linee ortogonali.
E’ un momento magico della sua vita, l’attimo in cui i paralleli studi artistici possono, finalmente, dare sostanza alla sua immaginazione. Sono anni di pittura impressionistica, di sospiri cromatici intrisi di proiezioni poetiche, attimi di incantamento la cui lettura ci da il sentore di una liberazione e sono i prodromi della futura stagione, innanzi descritta, nel corpus della quale tutte quelle primarie “sensazioni”, ancora allo stato embrionale, sono esplose dando visibilità al suoi sogni, alle sue speranze, con una corporeità, peraltro, già in via di stemperarsi, una catarsi che lo porterà fino alle soglie dell’avventura astratto/informale che già in precedenza, del resto, era entrata nel suo modus operandi con vigore segnico e limpide vivezze cromatiche, che gli avevano permesso di proiettarsi con ciò verso mondi cosmici animati da improbabili figurazioni, arditezze calligrafiche ammantate di anomalie coloristiche destinate a stupire l’osservatore per quella immaginifica sospensione concettuale che le avvolge, viaggi della mente alla ricerca di un EGO che, quale momentaneo accadimento, l’Uomo percepiva di aver smarrito tra le nebbie della quotidianità.

Qualcos’altro , però, ha resistito nella sua interiorità, quella parte di “homo sapiens” che non può, oppure non vuole, dimenticare quei processi analitici che avevano dato vita alla sua professione di preciso disegnatore e che sono il “rècto” della medaglia, parte della sua personalità. Sono tali apparati che l’aiuteranno nel declinare puntuali e riposte composizioni ambientali, corredate da incisive “nature silenti”, nelle quali un ben dosato dispositivo chiaroscurale metterà in risalto la capacità grafica e la precisa strutturazione dell’opera, profondendo nel fruitore un senso di “perfezione pittorica” che esula da qualsivoglia significato contingente, mantenendo, comunque, un senso lirico delle “cose” che diviene succoso e spettacolare “intimismo”.
Diversa è la volontà dell’Autore nel mettere a punto i suoi nudi femminili, i quali denotano una precisa intenzione agiografica voluta con ricercata applicazione formale del corpo in cui armoniche e sinuose architetture strutturali racchiudono sostanziose mappe coloristiche e contrappunti luminosi capaci di dar vita al soggetto, vivificandolo senza mai scadere nell’ovvio, mantenendo una sottile linea erotica, evitando con cura di trasbordare nel volgare, anzi nobilitando la bellezza della donna anche nella sua più recondita sostanza.

Negli ultimi tempi un nuovo sentire formalistico ha dato vita ad inconsuete visioni “veneziane” in cui dorate facciate di gotici palazzi si sovvrappongono confondendosi a rinascimentali costruzioni innervando un labirintico apparire di scomparti luminosi capaci di spiritualizzare le vecchie pietre della Città galleggiante, evidenziando il ricordo degli antichi strati dorati che nel lontano passato rischiaravano le nobiliari dimore, arricchendole di luce bizantina, evocando con ciò antichi fasti di bellezza e riportando alla memoria gli equorei riflessi che sulla superfice dei canali solfeggiavano giorgioneschi affreschi allogati sulle pareti dei superbi edifici, orgogliosamente specchiantisi nelle quiete acque.
Di questo ciclo va assolutamente ricordata la visione abbagliante della Basilica marciana in cui rivivono splendenti sfarzi belliniani ma, soprattutto, ove si respira un’aura di spiritualità elargita da una luce che tutto avvolge, insinuandosi dolcemente nelle pieghe del racconto, assolvendo la materia e sublimando il pensiero stesso dell’Autore.
Un nuovo modo di avvicinarsi a Venezia, dimenticando secoli di vedutismo “realistico” per rapportarsi ad una concezione della Città andiomene pre-rinascimentale, vista nella sua struttura bidimensionale, priva di approfondimento prospettico ma ricca di animistiche pulsioni in grado di sollecitare intime propensioni “sacrali” che ci penetrano fin nei precordi.

Sembra, peraltro, che l’ansia propulsiva, la curiosità pittorico/esistenziale di GIROMEL non abbia limiti. Per Lui ogni aspetto della Vita, qualsiasi apertura sul fronte della fantasia pare debba essere esplorata, cercando di trarne nuove avventure filosofiche che possano divenire spettanze emozionali, utensili culturali, piste dalle quali decollare alla ricerca di nuovi mondi pittorici animati da nuove espressività grafiche e suadenti colorismi.

E’ quanto ho evinto dalla visione di alcune opere, quasi nascoste in un angolo dello studio e mostratemi con ritrosia dall’Autore, nel dubbio di non voler dare a ciò troppa importanza, che al contrario hanno suscitato la mia curiosirà professionale per l’inventiva strutturale e l’appropriata gestione coloristica.
Trattasi di dipinti in cui appaiono asimmetriche composizioni geometriche, galleggianti su splendidi fondali ricchi di tonalità cromatiche e di misteriosi collages di foglie d’oro. Lo scopo di tali costruzioni non appare utilitaristico, nulla sembra avvenire su progettazione, la finalità risulta puramente estetica e si fa apprezzare per la qualità formale e, appunto, per la valenza coloristica, tutto armonicamente interagente ma, e qui la sospensione è d’obbligo, mi sovviene un dubbio. Sarà veramente un “capriccio” oppure SERGIO GIROMEL ha sentito la necessità di evocare, con un risalto pittorico capace di emozionare, i tanti anni passati a contatto con la precisione meccanica, con la purezza della “linea” e della “rettitudine geometrica”, prima di lasciarsi andare alla bellezza estetica di un fiore, di un paesaggio pedemontano, alla levità di una nuvola scorrente in cielo, prima abbandonarsi alla magia del colore ed alla modulazione arcana di un tondo ” giottesco” ?

Tutti noi possiamo chiedercelo, ma non scoprirlo. E’, e sarà per sempre, il suo segreto !

Giorgio Pilla Critico d’arte