“Sinfonie Cromatiche” Ombretta Frezza

1 Aprile 2017 0 di sergiogiromel
sinfonie cromatiche

Personale con scultrice Betty Gobbo a Mecenate Tea Lounge Treviso

Sinfonie Cromatiche può essere vissuto da ognuno di noi, non come un semplice percorso espositivo bensì come un viaggio di cromie, vibrazioni e variazioni sonore.
Oggi Sergio Giromel, pittore, e Betty Gobbo, scultrice, si svelano e si raccontano attraverso una serie di opere mostrandoci di essere accomunati dalla passione per l’arte, fedele compagna, da loro avvertita come porto sicuro nel quale abbandonarsi trovando riparo durante la tempesta.


Sergio Giromel, del quale proprio ieri, 31 Marzo, ricorreva il secondo anniversario della sua prematura scomparsa, e Betty Gobbo, pur apparentemente diversi, sono legati l’uno all’altra, da un fil rouge che unisce le loro esperienze artistiche nonché di vita: il dolore, la malattia ma soprattutto il concepire l’arte come terapia, come mezzo per riuscire a star bene e a far star bene.
Betty mi ha raccontato che non voleva esporre perché temeva che tutto si limitasse ad una carrellata di opere messe lì, finalizzate a se stesse, poi tutto cambia quando incontra Graziella Buso, la moglie di Sergio, che la aiuta a comprendere come un artista è davvero tale, solamente quando la sua arte ne svela totalmente l’anima, arrivando a condividerla con gli altri.
Betty, così, si convince e accetta di raccontarsi insieme a Sergio e ai suoi dipinti.
Pittura e scultura dialogano tra loro abbattendo ogni confine di separazione tra vita e morte, passato e presente, spazio e tempo.
Le tele di Sergio Giromel sono un trionfo di luce e colore, sinfonia che celebra il canto della vita e della speranza, le sculture di Betty ci mostrano il bisogno di andare oltre il dolore, abbracciando la la volontà di rinascere dopo essere stata al centro della sofferenza.
I paesaggi di Sergio Giromel, colonna portante della sua produzione artistica, sono una dichiarazione d’amore nei confronti della vita e di ciò che essa, nell’andare degli anni, gli ha donato.
Il fiume, la Piave, luogo della memoria, al quale si sente profondamente legato, lo porta a ricercare una fusione panica dannunziana con la natura che lo circonda.
Le opere sono stare realizzate poco prima della morte e colpiscono per una cromia chiara che mette in scena cieli percorsi da nubi soffici che si rincorrono e giocano a nascondino con il sole: cielo, terra e acqua che danzando nello spazio pittorico, leggiadre come ballerine.
Paesaggio colto nell’andare delle singole stagioni, di un tempo che si vorrebbe trattenere a sé, ma la vita scivola via dalle sue mani, come la sabbia di una clessidra, mostrandoci la sua caducità, il suo andare inesorabile verso l’oscurità.
Però Sergio in queste tele c’è ancora, è qui presente, non è un andare senza ritorno, lui, oggi, infatti, ci sta parlando, raccontandosi.
Lo fa con sguardo impressionista, spingendosi sempre più, verso un’astrazione di forme, dove il colore, attore protagonista, si fa voce narrante, guidandoci, come un Virgilio dantesco all’interno di questo percorso.
Si svela attraverso linee che si susseguono le une alle altre, dando vita a ritmate geometrie cromatiche.
Paesaggi che riuniscono la tradizione pittorica veneta ed echi cezanniani, il giapponismo e Gauguin, che si muove costantemente alla ricerca di una sintesi tra forma e colore.
Colore che si muove in bilico tra accordi e disaccordi tonali dando voce ad alberi che si muovono come sinuose linee arabescate, le cui radici giocano con le fronde, unendo ancora una volta cielo e terra, giungendo ad una verticalità che rimanda alla ricerca di un Infinito, di una spiritualità, di un qualcosa di più alto al quale ognuno di noi tende, per cercare conforto ma che percepiamo, in quanto esseri contingenti, incomprensibile e misterioso.
Colpiscono le notti di luna piena, non avvertite come presagio di morte e oscurità ma come attimo della giornata, nel quale tutte le ansie si placano, dove il silenzio ci mette porta a metterci in ascolto di noi stessi, in una leopardiana attesa del domani, caricando il nostro cuore di speranze, aspettative, di una rinnovato bisogno di credere ancora nel domani, in ciò che sarà e in ciò che saprà darci come un dono unico e prezioso.
Scorci della nostra Treviso, animata dal vivace vociare delle ciacole in Piazza dei Signori in una giornata di primavera.
Ci sembra di avvertire il brusio delle voci che si disperdono nell’aria, i rintocchi del campanone della Piazza che segna le ore, le grida dei bimbi che giocano a rincorrere i colombi.
Treviso che appare nelle sue tele come una festa alla quale ognuno di noi è invitato, una festa che canta la vita, celebrando l’amore nei confronti di una città della quale fissa le sue bellezze nella tela, rendendola immortale, come uno scatto fotografico che congela l’istante e lo trasmette ai posteri come documento storico.
Le tele di Sergio sono, quindi, un richiamo continuo e costante alla vita, la sua pittura è stata un faro che ha illuminato, giorno dopo giorno, il suo percorso di malattia e sofferenza, dalle quali però lui non si è lasciato sopraffare, facendo sì che, anche nel momento della notte più buia, lui potesse scorgere una luce, un bagliore che lo tenesse saldamente legato alla sua vita, a ciò che era prima della malattia.
Betty Gobbo concepisce il percorso come un movimento ascensionale: dall’arrivo del dolore, alla sua rielaborazione alla ripartenza verso una nuova esistenza rinnovata.
Alcune opere ci mostrano come l’arrivo del dolore, la scoperta di quel qualcosa che cambia inesorabilmente il nostro modo di vivere quotidiano, facendo morire ciò che eravamo sino a quel momento, provoca in noi un senso di disorientamento, di smarrimento, come un naufrago che si ritrova nel bel mezzo di un mare in burrasca e cerca una zattera alla quale aggrapparsi per non soccombere e annegare.
L’opera Piano B ci mostra come noi ci fermiamo, blocchiamo, per cercare di capire come reagire al dolore, analizzando la situazione, cercando di non farci risucchiare dal baratro.
Ed è proprio lì che ognuno di noi, nella confusione cerca il “suo piano B” , l’alternativa, la soluzione per reagire e riprendere il proprio cammino.
Gli angeli di Betty rappresentano la nostra ancora di salvezza, tutte quelle persone che ci stanno accanto, impedendo di lasciarci andare al completo annullamento di noi stessi, afferrandoci per un braccio e sollevandoci da terra, per aiutarci ad andare al di là del buio.
Non sono persone a caso, ma angeli dice Betty, persone che ci sono state messe accanto come un dono prezioso.
Si giunge, così, alla disgregazione del dolore quando cominciamo a distaccarci da tutto ciò che ci fa star male: rappresenta figure che perdono i loro arti, percepiti da Betty come limiti, sacrificando la fisionomia perché ciò che conta realmente è la nostra essenza più profonda, l’essere invece dell’apparire, ciò che siamo diventati dopo un cammino in salita.
La sofferenza ci cambia, ci trasforma e da crisalidi diventiamo farfalle pronte a volare verso un cielo primaverile scevro di nubi.
Le sue sculture, quindi, tendono alla verticalità, perché cercano qualcosa di più alto rispetto all’effimero che contraddistingue l’esistenza di molti.
Le sue sculture non seguono canoni di bellezza o regole accademiche perché devono essere immediate, spontanee, reali, come lo siamo noi nel nostro percorso quotidiano, sia nei momenti di luce sia in quelli di ombra.
Betty si racconta nella sua storia di donna amata, alla quale la vita ha portato via troppo presto l’amore della sua vita per una malattia.
In realtà avverte che lui non l’ha davvero lasciata, perché il loro amore continua in un afflato di vita che si esplica in una “ corrispondenza d’amorosi sensi” : lui, infatti, continua ad esserle vicino trovandosi in un’altra dimensione, al di là di tutto e tutti.
Così guarda alle nuvole, dove lei scorge la presenza del marito come Graziella quella di Sergio, guarda il loro movimento circolare come circolare è questo percorso perché dal dolore più profondo si arriva alla sua consapevolezza, conoscendolo, toccandolo, arrivando a corteggiarlo, per poi sconfiggerlo e da lì rialzarsi per una nuova tappa del nostro viaggio.
Chi soffre arriva alla rinascita più vera, dopo l’inverno torna a fiorire come alberi in primavera, tendendo i propri rami verso il sole, cercando il suo abbraccio, il suo calore, la sua luce per diventare frutto nella stagione estiva.
La ferita si rimargina e ne resterà la cicatrice a ricordare ciò che è stato, a mostrarci che in realtà anche la notte più cupa e tenebrosa può essere vinta dalla luce che irradia vita e speranza, che arriva a rimarginare le ferite, lasciando cicatrici nell’anima, che come segni indelebili, serviranno a ricordarci quel tratto del nostro viaggio più importante.
.Betty e Sergio si ricongiungono, così, in un cammino che è vibrazione di suoni, di anime: Sergio , infatti, continua a vivere grazie a Graziella che si è fatta testimone della sua opere e continua a farle conoscere in occasione di diverse esposizioni.
Nella musicalità Betty esplicita questo sentimento perché nel suo musicista, l’archetto si stacca dal violino ma la vibrazione sonora continua espandendosi nello spazio
Arte che è intesa, così, come musica di vita, spingendoci oltre ogni limite, ogni nostro ragionevole dubbio e incertezza, mostrandoci come l’amore quello più vero e autentico non finisce neppure dinnanzi alla morte, trasformandosi in una nuova condizione di essere e abbracciando totalmente quel moto dei latini “ Amor omnia vicit”.

Ombretta Frezza Dottoressa e Critica d’Arte